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La riforma del Sostegno proposta del Governo non è in controtendenza rispetto all’attuale situazione presente nelle scuole italiane: semplicemente, la istituzionalizza.

La prassi inclusiva in vigore prevede la compresenza in classe di un insegnante curricolare e di un insegnante di sostegno, che è, o almeno dovrebbe essere, una figura ‘differenziata’ ma paritetica rispetto ai suoi colleghi.

L’Italia si è sempre vantata, a buon diritto, di avere una legislazione sull’inclusione all’avanguardia. Negli ultimi anni, tuttavia, l’applicazione concreta di tale legislazione non è stata efficace. Anziché essere un insegnante della classe, il docente di sostegno, molto spesso, è diventato un docente personalizzato, collocato nella classe o in un’altra aula con il suo studente: il rapporto tra i due, così, è diventato una sorta di “nicchia” interna o esterna alla classe.

Il primo ad essere penalizzato da questa forma di esclusione, ovviamente, è proprio l’alunno con disabilità, che non beneficia del lavoro svolto dagli altri docenti e dell’interazione con il gruppo-classe. Nella dimensione della vera inclusione, tuttavia, ciò si ripercuote negativamente anche sui docenti curricolari e sui compagni dell’alunno con disabilità, che si abituano a vederlo e a ‘pensarlo’ estraneo al gruppo classe.

In questo modo, vengono a crearsi due tipologie di alunni e due tipologie di insegnanti. Da una parte vi è l’alunno con disabilità con il suo docente, “quello di sostegno”, e dall’altra i suoi compagni con il consiglio di classe composto dagli insegnanti veri: quelli che mettono i voti, che interrogano, che parlano con i genitori.

Ovviamente ciò non accade ovunque. Vi sono istituti nei quali i docenti di sostegno sono percepiti come parte integrante del consiglio di classe. Le tendenze più diffuse, tuttavia, rivelano un rigido e diffuso schematismo mentale da parte di genitori, alunni e degli stessi insegnanti, soprattutto quando bisogna confrontarsi con alunni con patologie complesse.

Secondo noi, ciò dipende innanzitutto dal fatto che le classi speciali sono state superate nel nostro ordinamento, ma la loro struttura permane nella nostra mentalità.

Ciò vale sia per gli insegnanti curricolari, che preferiscono non mettere in discussione la loro didattica complessiva adattandola a quasi tutta la classe, sia per l’insegnante di sostegno, che spesso accetta o addirittura si crea la propria nicchia con il proprio alunno. Lo fa per mettersi al sicuro dal parere dei colleghi, rinunciando alla sua veste di insegnante dell’intera classe e ponendosi come una barriera tra l’alunno e la società, rappresentata dai compagni e dagli insegnanti.

Se è vero dunque che la legge rispecchia i movimenti reali della storia, possiamo dire che l’annunciata riforma del sostegno, pur partendo da intenzioni nobili come quelle di enti che hanno contribuito alle politiche di integrazione degli anni ‘70, rischia semplicemente di legittimare questo stato di cose.

Stando alle dichiarazioni del Governo, ed in particolare del sottosegretario Davide Faraone, l’attuazione della Delega contenuta nella legge 107/2015 rischia di creare una figura di sostegno iperspecializzata, non abilitata all’insegnamento di una qualche disciplina, la cui presenza in classe, giocoforza, non sarà più collegata all’apprendimento, ma alla patologia dell’alunno con disabilità. I docenti curricolari, in questo modo, saranno ancor meno invogliati ad occuparsi di quest’ultimo, essendoci in aula chi si sarà specializzato esclusivamente sulla disabilità. Anziché favorire una vera e necessaria riforma del sostegno, dunque, la proposta del Governo – basata su una Delega che, tra l’altro, limiterà il dibattito parlamentare su un tema così delicato –  rischia di avallare l’esclusione che oggi si consuma nelle scuole, e legittimerà quelle classi speciali che ancora resistono nelle nostre menti e nelle nostre prassi.

Due sono i punti dell’annunciata riforma che vanno realmente in controtendenza:

  1. la formazione obbligatoria sull’inclusione per il personale scolastico
  2. le 2 ore obbligatorie di programmazione mensile

Ma sono accorgimenti apprezzabili inseriti in un’impalcatura che rischia di vanificarli.

Perché, invece, non provare a smuovere la rigidità dei ruoli, superando anche la “struttura mentale” delle scuole speciali? Perché non rendere l’insegnante di sostegno un vero insegnante della classe, senza far dipendere questa situazione solo dalla casualità dei contesti e dalla buona volontà delle persone?

Gessetti Rotti intende contribuire al dibattito lanciando le seguenti proposte:

  • Più coordinatori di classe tra i docenti di sostegno.

Molto spesso il docente di sostegno è l’insegnante che ha più ore all’interno di una classe, e può vederla da una prospettiva più ampia, nelle diverse relazioni e nei comportamenti che gli alunni adottano a seconda del docente curricolare presente in aula. Sulla carta, dunque, è il docente che ha la visione più completa della classe. Ha inoltre una specializzazione pedagogica in più, che lo rende più sensibile alla crescita complessiva di tutti gli studenti. Chi meglio di lui, dunque, può ricoprire il ruolo di coordinatore? Quale modo migliore per mettere davvero in discussione l’idea di un insegnante di sostegno esterno alla classe?

  • Sperimentare la co-docenza per aree

Siamo sempre d’accordo nel dire che l’insegnante di sostegno non deve essere l’unico insegnante dell’alunno con disabilità. Al tempo stesso siamo unanimi nel ritenerlo, formalmente, un docente della classe. Ma, concretamente, qual è lo strumento che consentirebbe di raggiungere questo obiettivo? Per noi la risposta è la co-docenza.

Facciamo un esempio concreto. In un istituto alberghiero c’è un docente di sostegno, abilitato nell’insegnamento di Italiano e Storia. Nella classe dove insegna, oltre ad occuparsi del sostegno, diventa co-docente, appunto, di Italiano e Storia: ciò vuol dire che può spiegare, interrogare, co-programmare le materie insieme al docente curricolare ed essere interscambiabile nel rivolgersi all’intera classe, ossia a tutti i bisogni educativi presenti, anche quelli speciali.

A chi ritiene che l’esercizio di questa funzione potrebbe “togliere tempo” allo studente con disabilità, rispondiamo che l’insegnante di sostegno – anche se questo dovrebbe essere già noto a tutti – non deve essere un insegnante personalizzato, ma il regista dell’inclusione, nei cui processi tutti devono avere un ruolo: insegnanti e alunni. Ma per far questo, il ‘regista’ deve avvalersi di strumenti adeguati. Questa responsabilità “curricolare” non sottrarrebbe nessun’attenzione agli alunni con disabilità: essi perderebbero soltanto (e finalmente) l’isolamento in quella nicchia dove spesso vengono confinati, per iniziare a diventare in tutto e per tutto alunni della classe, con due docenti in compresenza di cui uno specializzato in attività di sostegno. Quest’ultimo, oltre ad essere personalmente presente per l’alunno con disabilità, diventerebbe elemento di raccordo tra tutti gli attori coinvolti nel processo di inclusione, e dividerebbe con loro le responsabilità che ne derivano.

Al contrario dell’insegnante iperspecializzato previsto dalla riforma, la cui funzione didattica si preannuncia oscurata da quella assistenziale, il co-docente sarebbe la figura in grado di risolvere positivamente le contraddizioni apertesi con l’attuale legislazione, rompendo gli schemi che emarginano gli alunni con disabilità.

La classe speciale che ancora esiste nella mentalità dei consigli di classe e degli alunni, dunque, può essere smantellata dalla figura del co-docente, messo in condizioni di esplicare le sue capacità educative e didattiche nella loro completezza.

  • Formazione permanente del co-docente

Gli attuali corsi di specializzazione per gli insegnanti di sostegno sono utili per la fase di avviamento, ma si rivelano spesso inadeguati per far fronte alla complessità delle situazioni che possono trovarsi in una classe.

Una formazione continua e aggiuntiva, anche sulle patologie e sulle relative strategie didattiche, può dunque rivelarsi un valido strumento se inserito nel percorso di un co-docente.

  • Formazione del personale scolastico

Già presente nell’ipotesi di riforma, a nostro avviso la formazione del personale scolastico andrebbe ulteriormente specificata. Pensiamo sia utile, a tal fine, affiancare ad una salda formazione teorica dei tavoli tematici da tenersi all’interno delle stesse scuole e gestiti dai co-docenti. Il punto debole della formazione, spesso, è la distanza con le situazioni quotidiane, dai casi concreti. I tavoli tematici fungerebbero così da cerniera tra la formazione teorica e le difficoltà che si incontrano in classe, avendo al centro le problematiche dei propri studenti o comunque di classi ed alunni della stessa scuola, favorendo il confronto e lo scambio di strategia da adoperare per affrontare le difficoltà e promuovere inclusione.

Un’ultima riflessione sulla questione della continuità.

I temuti e biasimati (talvolta giustamente) passaggi dal sostegno “alla materia” non vanno mai visti sotto una veste univoca. La realtà non è bianca o nera ma complessa: perché se è vero che a volte il sostegno è strumentalizzato come scorciatoia per il ruolo, è anche vero che questo tipo di professione è logorante, e nessuno dovrebbe essere costretto a svolgerla per sempre. Un insegnante di sostegno che giunge al cosiddetto burnout, o che semplicemente non riesce più a gestire il sovraccarico emotivo e professionale dovuto alla sua funzione, sarà probabilmente più utile ai suoi studenti come docente curricolare, comunque attento all’inclusione, piuttosto che come docente di sostegno in veste forzata.

Ci si può augurare, insomma, che si continui a svolgere questo lavoro, ma, come e più che per i colleghi curricolari, non si può pretendere che lo si faccia con lo stesso entusiasmo e la stessa efficacia di quando lo si è scelto.

Perciò riteniamo che i migliori anticorpi all’opportunismo di alcuni insegnanti verso il sostegno non siano nella costrizione, ma:

  • in una formazione obbligatoria permanente, da ritenersi un incentivo proporzionale alla volontà di esercitare questo mestiere;
  • nella massima valorizzazione di questo lavoro, che permetta di superarne le possibili frustrazioni e di utilizzare tutte le competenze acquisite a beneficio degli studenti: di tutti gli studenti.
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Sull'ipotesi della riforma del sostegno